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Diario


11 gennaio 2008

Sull'Eurostar

“E’ il mio posto”. Carrozza 12 posto 26 finestrino. Controllo ancora una volta il biglietto, per pignoleria. Sì, è proprio il mio posto.
Il ragazzetto (uno studente?) si alza deluso e con un cenno da condannato saluta gli altri tre. Ne riceve cenni d’incoraggiamento che comprendo al volo.
“Dipende”, gioco d’anticipo. Dipende da cosa mi offri in cambio, carino.
“Ho un posto in carrozza sei” avanza timido.
“In carrozza sei non ci vado”.
Lo studente lascia il posto. E’ sconfitto, comprende, ma mi sento lo stesso un cerbero. Prendo il treno fin da ragazzo, studente anch’io. Viaggiavo in poltrona anche di notte, per risparmiare. Il riposo non era un mio problema, il viaggio in treno era parte integrante della vacanza. In treno si facevano incontri, o meglio: in uno scompartimento da sei avevi cinque possibilità di incontrarne almeno una per cui valesse la pena.
Il ragazzetto trova posto alle spalle dei suoi amici. L’avvio del treno indica che i giochi sono fatti, da Bologna a Milano non ci saranno più fermate, e così mi sparo l’atto di bontà: vado al posto suo e lui, tenero, di nuovo contento, torna alla sua compagnia. Capisco, ci sono passato anch’io.
Adesso sono in una fila da due posti a sinistra e due a destra, accanto al solito uomo d’affari con l’orecchio saldato al telefonino. Cerco di non guardarlo, comincio a sfogliare Repubblica in modo da dettare le regole e marcare il territorio: il mio tavolino resta aperto per tutto il viaggio, ti piaccia o no. Lo chiudo solo se devi andare in bagno e, semmai ti venisse in mente, non voglio parlare del tempo, della situazione di Trenitalia, dell’Inter (ha la Gazzetta aperta davanti) né del Governo Prodi. Voglio leggere. D’altra parte lui non sembra proprio il tipo da due chiacchiere sul più e sul meno, andremo d’accordo.
Comincio a leggere: due soldati italiani rapiti in Afghanistan dai talebani o da chissà chi. Sarà molto dura. Il corridoio del vagone mi divide da una donna che, imparo, deve ispezionare diversi cantieri. Sarà un ingegnere, mestiere di cui non esiste o non conosco un corrispettivo femminile. La sua voce ha cadenza toscana in accento lombardo, la classica emigrata per lavoro, ma mi domando se sia emigrata da Firenze a Milano o viceversa. Porta delle scarpe da tennis bianche, vergini, o è brava lei a non sporcarle frequentando cantieri. Ha un bel paio di gambe, deve essere simpatica, peccato per il viso. Un uomo con accento indefinibile, vicino a lei, chiede a telefono biglietti per non so quale concerto. Mi viene di afferrare il telefono e chiamare anch’io non so chi, invece mi rituffo su Repubblica.
Imparo che tempo fa (ma quanto tempo fa?) Israele avrebbe compiuto un raid in Siria per distruggere una centrale nucleare. La Siria non avrebbe reagito e il Mossad avrebbe così registrato un clamoroso successo. Il Risiko: sposto dieci carriarmati e due aerei in Siria, tocca a te. Tra l’altro il Risiko mi ha sempre annoiato, preferisco il Trivial.
Termino Repubblica, mancano circa quaranta minuti a Milano ed ho tutto il tempo per cominciare il libro che tengo in borsa. Il viaggio per me è lentezza, riposo, ma a quelli che ho intorno riesce a raddoppiare il tempo lavoro. Pensa che, se mi sposto da Bologna a Milano in Eurostar, ho un’ora e quaranta minuti di tempo per effettuare telefonate di lavoro, terminare quella relazione al computer, navigare in rete, nel frattempo leggo il Sole24ore e sorseggio un caffè al bar.
Personalmente vado a Milano per cure, e con la metro coltiverò anche il tempo libero: ore 10 Milano centrale, 10e30 a Lambrate, alla mezza ho finito col medico, pranzo, ore 14 ho il treno per Bologna. In mezzo mi sparo due passi al Duomo, roba che se dovessi andare da Lambrate al Duomo e poi alla centrale in autobus non mi basterebbe una mattina. E’ tecnologia, questa! Alta velocità.
A proposito: non me n’ero accorto, ci siamo fermati. Siamo fermi in una piccola stazione, di quelle che dai finestrini dell’Eurostar dovresti vedere come una mitragliata di pali, uno o due treni fermi, e il blu dei cartelli di cui tenti invano di inseguire il nome oscillando con la testa.
Il cartello blu che adesso ho davanti si legge da dio, siamo proprio fermi. Siamo a Secugnago, paese di cui sconoscevo l’esistenza. Finalmente il capotreno ci parla: attenzione! Causa investimento, la linea elettrica è temporaneamente interrotta, vi aggiorneremo sulla situazione.
L’ingegnere in scarpe da tennis, bellegambe e peccato per il viso, chiude la telefonata e mi domanda perché siamo fermi. Causa investimento, le dico, cercando di scandire la parola e non aggiungere espressioni facciali che possano ingigantire la notizia. Ma immagino già tutti noi abbandonati a Secugnago (campagna) a litigarci l’acqua della Protezione Civile, sequestrati dentro al vagone senza più aria condizionata, con Bertolaso che parla di evento imprevedibile e quindi da lui non previsto.
L’ingegnera belle gambe peccato ecc, ha il tempo di reazione più rapido: compone numeri su numeri e avverte i capocantiere che non arriverà né adesso né dopo, in quanto, dice, il treno ha investito qualcuno. L’uomo d’affari accanto a me è più sobrio, nelle sue conversazioni non fa alcun cenno sul possibile ritardo che da qui a poco ci investirà tutti. Il tizio che cercava i biglietti del concerto guarda fuori cercando di farsi un’idea.
Impugno timidamente il telefonino e chiamo casa per avvertire che certamente ritarderò il mio arrivo a Milano, dove peraltro non mi attende nessuno. Ammonisco mia moglie che questo non precisato ritardo potrà creare conseguenze in tutte le attività della mia giornata e quindi… salterà la passeggiata a piazza Duomo, penso tra me.
Chiusa la comunicazione mi accorgo che l’ingegnera non c’è più, e realizzo che le porte sono state aperte per liberare i fumatori. L’uomo d’affari mi guarda, mi dice che se hanno aperto le porte allora la cosa è senz’altro grave. Lo osservo per la prima volta: ha una lunga cicatrice sulla guancia destra da Scarface che stona col suo aspetto manageriale. Annuisco: sarà grave, si sa niente?
Do per certo che la gente ne sappia sempre più di me, alle volte un servizio sul telefonino, tipo goal in diretta, situazione traffico su rotaie in tempo reale. Infatti Scarface sa, mi dice che si tratta di un suicidio.
Adesso ne so anch’io e scendo dal vagone con passo sicuro; immagino di avere sulla testa una di quelle insegne con intorno le lampadine colorate e la scritta: qui notizie fresche. Prendo una cartina, la mia busta gialla di Golden Virginia e mi rullo una paglia. Un tipo con l’insegna più grande della mia va dicendo che tra poco arriveranno i pullman, perché tra rilievi della scientifica e magistrati che vogliono capire com’è andata… Poi aggiunge: lo so, perché ci ho lavorato! Che fa lo stesso effetto di quando c’è a terra uno con un malore e nel capannello di persone spunta quello coi guanti di lattice. Prova a chiedergli se sono guanti da medico, infermiere, giardiniere o netturbino.
Pippo la mia sigaretta e mi trovo davanti l’ingegnera e il tizio dei biglietti. Stavolta sono io ad avere più informazioni, me le venderò a caro prezzo. Così parlo di pullman, rilievi e magistrati, anche se non ci ho lavorato; il tipo dei biglietti mi chiede di chi si tratta, quanti sono, sarà un incidente, o forse è solo un animale. L’ingegnera dice: spero di no, sono animalista. E’ simpatica, non è vero che ha un viso brutto, forse il naso soltanto. Le dico: “Magari è una mucca, di quelle che tanto tra poco la macellavano lo stesso”.
Invece no, un terzo ci conferma che si tratta di un suicidio. L’uomo che aveva lavorato in ferrovia (o alla scientifica, o in magistratura) gli chiede se il ritardo è rimborsabile. Mi spiego meglio: gli chiede se Trenitalia ci corrisponderà il bonus per il ritardo causato dal suicidio di un uomo. Si apre il dibattito: tecnicamente, conveniamo, il ritardo non è loro addebitabile, quindi no, niente bonus.
Torno al mio posto, il capotreno annuncia che tra poco ripartiremo con un’ora di ritardo, ma non fa cenno a rimborsi. Siamo contenti, appena un’ora di ritardo è una buona notizia trattandosi di un suicidio.
Suicidio, penso tra me, è una persona che stamattina presto si è alzata, si è vestita, forse ha fatto colazione, ha preso la macchina, ha raggiunto il posto che aveva pensato chissà da quando e si è adagiata sui binari in attesa, oppure ha atteso in piedi ed ha fatto il grande salto. Suicidio è un macchinista che penserà tutta la vita di avere involontariamente ucciso un uomo. Forse siamo davvero in troppi a questo mondo, così che ci è impossibile prenderci cura, o anche solo commuoverci, dispiacerci, fermarci un’ora come ha dovuto fare il nostro treno.
Il treno è ripartito, tra mezzora sarà a Milano. Ironia della sorte, il libro che volevo cominciare è Non buttiamoci giù, di Nick Hornby. Parla di quattro sconosciuti che si incontrano casualmente sulla terrazza di un palazzo il giorno che ognuno di loro ha deciso di farla finita. Prima del romanzo c’è una citazione di Elizabeth Mc Cracken: “la cura dell’infelicità è la felicità, me ne infischio di quello che dicono tutti”. Me la scrivo sull’agenda, tra le cose da fare: 1) chiamare l’idraulico; 2) essere felici. Poi comincio a leggere il libro.
Milano, dottore, panino, piazza Duomo, metro, stazione, di nuovo Bologna. Scendere prego. Casa. Chiamare l’idraulico. Essere felici.

MT

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